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Enciclopedia sulla Pace (4 volumi)

Il prezzo originale era: 48,00 €.Il prezzo attuale è: 44,00 €.

Il duro cammino della Pace nel Mondo vol. I – Dalle Sacre Scritture all’Umanesimo
Il duro cammino della Pace nel Mondo vol. II – Dal Rinascimento all’Ottocento
Il duro cammino della Pace nel Mondo vol. III – L’Età contemporanea
Il duro cammino della Pace nel Mondo vol. IV – Il Mondo attuale

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Descrizione

L’Enciclopedia della Pace consta dei seguenti 4 volumi:

Il duro cammino della Pace nel Mondo vol. I – Dalle Sacre Scritture all’Umanesimo

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Questo volume è il primo di una serie di quattro incentrati tutti sul duro cammino della Pace nel mondo, partendo dalla Sacre Scritture per arrivare a papa Francesco. L’obiettivo è di coinvolgere i lettori, sopratutto i giovani, in un problema sempre attuale e mai risolto, attraverso le pagine di grandi autori, la cui lettura non può non indurre a meditare sul bene più prezioso dell’umanità: la Pace, appunto.

Di pagina in pagina incontreremo personaggi famosi, altri meno, alcuno quasi sconosciuti, animati però dalla stessa fede in un mondo di pace e amore, contrapposto alla guerra e all’odio. Non pochi di loro hanno combattuto strenue battaglie politiche, affrontato atroci sofferenze, persino la morte, per affermare i sacri valori della libertà e della non-violenza contro gli uomini potenti che, per dirla con Garcia Lorca, hanno «la voce dura, domani i cavalli e dominano i fiumi». E anche quando sono risultati perdenti non hanno mai perso la fede in un mondo migliore. Che siano esempio a noi tutti, oggi più che mai!

Il duro cammino della Pace nel Mondo vol. II – Dal Rinascimento all’Ottocento

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Dopo il primo volume, ecco il secondo. Pensatori d’ogni tendenza politica, sociale, religiosa, si confrontano sul duro cammino della Pace, proponendo ciascuno le proprie ricette in nome della pace contro un male endemico, la guerra, ritenuto da alcuni di loro pressoché inestirpabile dalla natura umana. C’è chi, come Erasmo da Rotterdam, lamenta che persino nell’ambiente strettamente cristiano agiscono forze che fomentano la discordia al posto dell’amore.

I protestanti, con in testa Lutero e Calvino, non si rivelano meno fanatici degli attuali fondamentalisti nell’aizzare l’odio in nome di Dio. E poi decine di altri personaggi non si sottraggono al compito di dire la loro nella speranza di offrire un contributo positivo alla ricerca della Pace.

Tra costoro brilla il nome di Immanuel Kant, tra i più grandi filosofi tedeschi, il quale propone il primo vero e proprio manifesto pacifista intitolato Per una pace perpetua, il cui pensiero è rimasto purtroppo scritto sulla carta, mai in pratica attuato. Se una conclusione si deve trarre dall’insieme dei brani delle opere presenti in questo volume, essa non può non essere una conclusione amara: il fallimento della Pace, cercata e mai raggiunta, che tuttavia non fa perdere la speranza ad altri grandi personaggi che verranno nei due volumi successivi.

Il duro cammino della Pace nel Mondo vol. III – L’Età contemporanea

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Il terzo volume della serie del duro cammino della Pace nel mondo è strettamente legato al secondo, la sua espressa continuazione. Il curatore è lo stesso che con coinvolgente passione, in uno stile equilibrato e coraggioso, presenta i personaggi che hanno segnato in modo indelebile la parte più cruciale del cosiddetto “secolo breve”.

Due sono le figure di donne che spiccano tra i grandi uomini, cui sono dedicate meritatamente vie e piazze delle “città invisibili” del mondo. Preferisco non citare i nomi delle protagoniste, perché al solo ricordo gli occhi mi si inumidiscono.

La loro azione può essere scambiata per pura follia, da trascrivere nei registri dei manicomi. Al contrario, per la loro lucidità mentale e la grandezza morale incomparabile, sono da innalzare sugli altari degni di Gesù e di altri profeti, tra i quali Socrate. Il loro martirio, non disgiunto da quello di milioni di vittime innocenti, rappresenta una vergogna per tutta l’umanità se questa parola può ancora riferirsi all’essere umano. Basterebbe che una parte di questa umanità ricordasse i loro nomi, per salvare noi tutti dall’obrobrio!

Il duro cammino della Pace nel Mondo vol. IV – Il Mondo attuale
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Eccoci giunti al termine del duro cammino della Pace. Non pochi personaggi seguitano a percorrere nuove strade per offrire all’umanità, che si è decretata la propria fine, l’ultima àncora di salvezza: la Pace, attraverso un modo nuovo e radicale di concepirla. Se riusciremo a salvarci dalla minaccia del nucleare, dobbiamo dire grazie a questi studiosi, avanti a noi anni luce!

*L’offerta vale esclusivamente per questo pacchetto.

Consigliati per le classi seconde e terze della Scuola Secondaria di Primo Grado e tutte le classi della Secondaria di Secondo Grado.

Approfondimento a cura di Manuela Fabbro

Nascita ed evoluzione del concetto di pace

Introduzione generale

Cosa intendiamo quando diciamo «pace»? Una breve riflessione ci fa comprendere come questa parola possa riferirsi a contesti e situazioni molto diversi tra loro: familiare, sociale, politico, religioso e così via.

Il concetto che essa designa non è mai stato univoco ed è proprio in questa indeterminatezza che si annidano usi impropri e strumentalizzazioni; si veda per esempio l’uso di questo termine in espressioni come «trattato di pace» o «missione di pace»: si tratta effettivamente di operazioni sempre «pacifiche»? Si pensi alla Pace di Versailles: così viene spesso chiamato, soprattutto nei testi di storia, il trattato che pose fine alla Prima guerra mondiale, un Diktat delle potenze vincitrici che portava già in sé le premesse per un secondo tragico conflitto mondiale.

In questo caso (ma ci saranno altri esempi più avanti) il termine «pace» è ciò che Johann Galtung, il grande studioso di irenologia e fondatore delle attuali scienze di pace, chiama «trappole semantiche», belle parole con cui rivestire/denominare fenomeni ed eventi e celarne la natura violenta. Sono effettivamente delle trappole, perché distolgono la nostra attenzione dalla reale natura dei fatti, inibendo il nostro senso di ciò che è giusto, etico, umano e degno di essere perseguito, col richiamo a belle parole, dietro alle quali si cela tuttavia una realtà ben diversa da quella che esse dovrebbero designare1.

Un percorso di educazione alla pace non può quindi prescindere dallo studio di certe parole specifiche delle discipline ireniche e dei fondamentali, innovativi concetti che questi termini esprimono e che stanno alla base di una vera cultura di pace, di cui il rispetto dei diritti umani, la soluzione nonviolenta dei conflitti e un equo accesso alle opportunità, all’istruzione e alle risorse del pianeta sono i cardini fondamentali.

Questo è il concetto di pace che si è affermato negli ultimi decenni: esso non si contrappone tanto alla guerra quanto alla violenza in tutte le sue forme (anche e soprattutto quelle meno visibili, non immediatamente percepibili); è il risultato di un lungo cammino attraverso i secoli, dai riti tribali al pactum dei Romani, per giungere alla pace perpetua di Kant e infine alla nonviolenza di Gandhi, vera chiave di volta del concetto di pace e base fondamentale del pensiero e degli studi in questo campo fino ai giorni nostri.

Con il presente lavoro si intende ripercorrere le tappe principali di questo cammino della nostra civiltà, nella lunga strada che il concetto di pace ha fatto dalla preistoria ad oggi, evolvendosi ma portandosi dietro al tempo stesso simboli antichissimi e atavici sentimenti; e si spera, infine, di risvegliare la consapevolezza di quanto in realtà possiamo ancora fare per costruire un mondo meno violento e più giusto.

Il concetto di pace nella preistoria e nell’antichità

Nelle società matriarcali preistoriche all’idea della guerra faceva da contraltare il dono della fertilità, il miracolo del perpetuarsi, rinnovarsi della vita che si contrapponeva a quello stato di discordia e di ostilità, che della vita era negazione e minaccia. Questa idea della fertilità trovò espressione nel culto di un essere femminile, la Grande Madre, che confluì nella mitologia di diverse culture, dando origine a varie figure di dea.

Accanto al tema della fertilità si sviluppò anche quello della sensualità e del piacere (a cui il concetto di fertilità è connesso), del libero fluire della vita: questo si concretizza nel culto della dea Har (nome tipico di questa dea nelle regioni che si affacciano sul Mediterraneo; si presenta con nomi diversi in altri luoghi). È proprio dal nome di questa dea che deriva la parola armonia, giunta a noi tramite il greco.

La dea Har sintetizzava quindi ciò che veniva percepito come diametralmente opposto alla guerra; veniva rappresentata spesso come una colomba bianca, un simbolo destinato a sopravvivere nei millenni e a giungere come segno di pace fino ai giorni nostri.

Si deve tuttavia precisare che questo concetto di pace non aveva nessun significato etico; era legato a riti religiosi, ma era in sé amorale, al di là della percezione del bene e del male, e nemmeno antitetico a quello di violenza; la Grande Madre, come nel caso della dea Isthar (questo il nome nel semitico antico, Astarte presso i fenici, Atargatis presso i siriani, ecc.), poteva essere anche sanguinaria, violenta, e richiedere sacrifici crudeli in cambio della sua benevolenza.

L’evoluzione della società, che dalla primitiva forma matriarcale diventa sempre più patriarcale, porta dal culto della Grande Madre a quello della Divina Coppia o Divina Unione, che introduce la figura maschile, ormai sempre più preponderante, spesso con una conseguente perdita d’importanza di quella femminile.

Anche Eiréne, il nome greco per «pace», indicava una dea; il culto di questa divinità aveva luogo in una società, in cui la guerra e le virtù dei guerrieri avevano una posizione predominante nella scala dei valori. In questo contesto Eiréne era colei che concedeva al guerriero, nella pausa tra una battaglia e l’altra, il riposo necessario per riarmarsi e raccogliere le energie per nuove ed eroiche imprese belliche.

Alla guerra non si contrapponeva più la fertilità, ma l’interruzione della guerra stessa, ciò che noi tuttora chiamiamo «pace»: un concetto che è rimasto immutato per tanti secoli; tendiamo infatti a definire la pace ancora principalmente come assenza di guerra, anche se l’evoluzione degli studi e del pensiero in questo campo ha superato ormai da decenni questa tradizionale dicotomia, come si vedrà meglio più avanti.

È tuttavia dal latino pactum che deriva la parola «pace»: si tratta del participio del verbo paciscor, accordarsi con una persona, stipulare un patto (a sua volta dalla radice indoeuropea pak- o pag-, fissare, pattuire, legare, unire, saldare). Alla base della diffusione di questa parola sta la potenza dell’antica Roma e della sua politica protesa alla costruzione di un grande impero.

I Romani stipulavano effettivamente con le popolazioni vinte un patto, la famosa pax romana, che regolasse i rapporti con coloro che erano diventati i nuovi sudditi dell’Impero: le tasse che questi dovevano pagare, i servizi che dovevano prestare. I Romani non pretesero mai di imporre una religione o un’usanza ai loro sudditi, ma puntarono al solo vantaggio economico e strategico-territoriale; anche per questo riuscirono, oltre che grazie ad un imponente apparato burocratico e militare, a tenere unito sotto la loro egida un territorio così vasto ed etnicamente eterogeneo per diversi secoli.

La diffusione di questa parola in tutti i territori dell’Impero ne spiega, al declino di questo, il successivo passaggio a tutte le nascenti lingue romanze (o neolatine), che agli albori del Medioevo (il cui inizio è fissato convenzionalmente con la fine dell’Impero Romano d’Occidente nel 476) si formarono dalla disgregazione dell’unità linguistica latina. Con la diffusione del latino pactum si consolidò pertanto anche la dimensione semantica, il significato che questa parola conteneva: la pace è quella condizione di non belligeranza che uno Stato forte e altamente centralizzato riesce ad assicurare grazie alla sua superiorità su altri poteri e particolarismi locali. Contro questi ultimi, nell’interesse dello Stato, è giusto entrare in guerra per riportare l’ordine.

La pace che ne consegue si realizza nel rispetto delle leggi dello Stato, e solo la sottomissione a queste e a un insieme di norme codificate può garantire il mantenimento di quell’ordine. È degno di nota come l’eredità di questo concetto di pace, forgiato dai Romani, fece sentire la sua impronta per molti secoli successivi, trovando un definitivo consolidamento negli Stati moderni (dalla metà del 1400), che lo realizzarono tramite il loro apparato militare e burocratico.

Anche l’affermazione del potere temporale della Chiesa contribuì all’ulteriore consolidamento del concetto in questione, che portava all’accettazione e giustificazione della guerra contro i cosiddetti infedeli (si pensi alle Crociate, alle Guerre Sante), e ad una visione dualistica del mondo, diviso tra cristiani e non, redenti e irredenti, civili e barbari, giusti e ingiusti.

Si tratta quindi di una impostazione manicheistica del pensiero, che porta a quella insanabile contrapposizione tra buoni e cattivi, che fu tipica appunto della Chiesa. Tra i grandi della Chiesa che cercarono di superare questa visione va senz’altro ricordato in primo luogo Agostino d’Ippona, più noto come sant’Agostino, che cerca di andare oltre la rigida separazione tra luce e tenebre, tentando anche di riconciliare il pensiero pagano e la fede cristiana.

Accanto a questa versione «ufficiale» del concetto di pace, strumentale all’esercizio del potere, poiché spesso servì a giustificare guerre e aggressioni, si sviluppò nel Medioevo un altro filone, al di fuori delle gerarchie imperiali ed ecclesiastiche: era la pace che si richiamava all’insegnamento di Gesù Cristo, fondata sull’amore e sulla solidarietà verso il prossimo, sul rifiuto della violenza, sulla misericordia, sul valore della povertà materiale e del perdono, di cui si fece portavoce in modo particolare san Francesco d’Assisi. Questo filone trovò un suo spazio anche in forme di espressione della religiosità, che furono a volte condannate co­me eretiche, o comunque viste con sospetto, dalla Chiesa ufficiale.

Anche il tedesco Frieden, oggi perfetto sinonimo della parola pace, era inizialmente distinto dalla pax. Frieden, come Freiheit (libertà) e Freund (amico), viene da una base germanico-antica frija (antico alto tedesco fri), risalente all’indoeuropeo2 priya, libero, vicino, amorevole.

Freya è anche il tipico nome di una dea della mitologia norrena3. Il tedesco medievale vride indicava un atteggiamento di accoglienza verso l’estraneo, quando questo veniva trattato come un pari nella famiglia o nella tribù: da questo dettaglio si può meglio comprendere l’antica comune origine delle parole frei, libero, e Freund, amico. Frieden non indicava quindi l’assenza di guerra, bensì la protezione degli uomini e dei loro mezzi di sussistenza contro ogni tipo di violenza materiale, al fine di garantire il benessere, la salute e la prosperità.

Era un concetto di pace in ambito vernacolare, che si affermò parallelamente alla pax romana, senza mai confondersi con quest’ultima, senza mai trovarsi in contraddizione con essa. La pacifica convivenza delle persone in ambito popolare non escludeva infatti la possibilità di una guerra in atto contro un altro popolo, che era un’attività condotta da chi deteneva il potere, in un ambiente lontano da quello dei sudditi.

Ulteriori esempi di parole riferite a un’idea di pace diversa da quella della pax romana sono rintracciabili nell’ebraico shalôm e nell’arabo silm; similmente al tedesco vride, l’ebraico shalôm era associato al benessere, alla buona salute e alla prosperità; usato anche come forma di saluto, indicava un atteggiamento di benevola accoglienza e disponibilità nei confronti dell’ospite, che in fondo è anche l’altro, lo straniero. Un analogo significato è riscontrabile anche nell’arabo silm.

Il passaggio dal Medioevo all’Evo moderno, convenzionalmente fissato con la scoperta dell’America nel 1492, non vede evoluzioni nel concetto di pace. Il potere dello Stato si identifica sempre più col potere militare e con le sue strutture gerarchiche, la pace continua ad essere identificata con il rispetto di precise norme all’interno di uno stato e con la sospensione dell’attività bellica nei rapporti con altri stati.

Anche Machiavelli dimostra chiaramente di aver abbracciato la filosofia del celebre motto si vis pacem para bellum, come ci illustra nella sua opera Il Principe: il principe deve armarsi per evitare di essere attaccato da altre potenze, solo in questo modo potrà garantire una vita pacifica al suo territorio.

Immanuel Kant, si vis pacem para pacem: un modo nuovo di concepire la pace

Nel corso del 1700 tuttavia comincia a farsi strada una nuova idea di pace, di tipo etico, basata su un senso morale della vita, che passi dalla competizione alla solidarietà, al superamento degli orizzonti nazionali e degli interessi individuali. Si fa portavoce di questa idea in modo particolare Immanuel Kant, il celebre filosofo dell’Illuminismo tedesco, che nella sua opera Progetto per la pace perpetua del 1795 cerca di indicare la via per raggiungere una pace stabile.

Kant sostiene che la condizione primaria per la pace è rappresentata dal diritto di autodeterminazione dei popoli, realizzabile tramite la creazione di una federazione di stati liberali (nel senso di «democratici») che regoli i rapporti tra i vari membri in maniera pacifica e bandisca la guerra.

Per questo motivo Kant è considerato da molti l’autore della prima grande dottrina pacifista: per la prima volta viene chiaramente rinnegato il principio fino a quel momento vigente, si vis pacem para bellum, cui viene contrapposto, all’interno di un solido impianto filosofico, l’innovativo si vis pacem para pacem. Questo principio, che con Kant rimane a livello teorico, sarà fondamentale per la nascita dei futuri movimenti per la pace nel XIX secolo e per la ricerca sulla pace del XX secolo.

La nascita del pacifismo: la dimensione politica della pace

I movimenti pacifisti nascono verso la metà del XIX secolo: tra questi principalmente il pacifismo religioso, al di là delle diverse confessioni, l’anticoscrizionismo, l’internazionalismo liberale, l’internazionalismo socialista, l’antimilitarismo femminista: il loro obiettivo è la pace, intesa ancora come assenza di guerra. Si prefiggono di evitare lo scoppio di ulteriori conflitti armati o di fermare quelli in atto, agendo tramite le istituzioni e la politica.

È proprio questa la loro peculiarità, che li colloca come fenomeno nuovo nella storia del concetto di pace: l’attivismo politico, in cui l’idea pacifista si esprime non tanto – o non solo – come dottrina, quanto come azione, che ha come obiettivo concreto il cambiamento della realtà e la creazione di istituzioni che promuovano la pace, cercando di influenzare i governi affinché risolvano i conflitti per via diplomatica e non tramite la guerra. Figura di spicco di questo periodo fu la baronessa austriaca Bertha von Suttner (1843-1914), premio Nobel per la pace del 1905, che con il suo romanzo Die Waffen nieder (Giù le armi) pone le basi di questo nuovo modo di pensare la pace.

Questi movimenti, che non costituiscono un blocco compatto, ma provengono da ambienti e scuole di pensiero diversi, trovano il loro punto di coesione nel comune rifiuto della guerra e nella vocazione internazionale e universalistica del loro pensiero, che li porta a rivolgersi a tutti i popoli e a tutte le nazioni, al di là di ogni confine territoriale e di ogni ideologia. Il termine pacifismo infatti abbraccia ogni teoria che rifiuti il ricorso alla violenza quale mezzo di risoluzione dei conflitti tra singoli o entità collettive4. È significativo il fatto che la stessa parola pacifismo sia un neologismo, sul quale si ritiene opportuno qui soffermarsi.

Colui che coniò il termine fu probabilmente il francese J. B. Richard de Radonvilliers5, che con pacifisme nel 1846 intendeva un «Système de pacification, de paix; tout de qui tend à établir, à maintenir la paix»6.

Quando sorsero i primi movimenti pacifisti questo neologismo tuttavia non si affermò subito, erano infatti più diffuse denominazioni come amis de la paix, amici della pace, o Internationalisten, internazionalisti. Per via del loro attivismo, che come si è già visto costituiva un elemento nuovo, non si prestavano ad essere rappresentati da parole come pacifico e pacificatore, al cui significato manca appunto la dimensione politica. I movimenti per la pace di allora cominciarono ad avvertire l’inadeguatezza dei termini fino a quel momento a disposizione e si cominciò a sentire l’esigenza di trovare una denominazione per questa nuova realtà.

Holl nel suo studio sul pacifismo tedesco ci documenta che nell’agosto del 1901 apparve nel giornale liberale di Bruxelles Indépendance Belge un articolo del notaio francese Émile Arnaud, presidente della Lega Internazionale per la Pace e la Libertà, nel quale si propone di usare le parole pacifistes, per riferirsi ai sostenitori di questi nuovi movimenti, e pacifisme per il loro programma e i loro obiettivi7.

Arnaud afferma nell’articolo: «Nous ne sommes pas seulement des “pacifiques”, nous ne sommes pas seulement des “pacifiants”, nous ne sommes pas seulement des “pacificateurs”. Nous sommes le tout à la fois, et autre choses encore: nous sommes, en un mot, des Pacifistes»8 (Noi non siamo solo pacifici, non siamo solo pacificatori, non siamo solo fondatori della pace: siamo tutto questo insieme e siamo ancora di più: siamo, in una parola, Pacifisti).

Questa proposta lessicale nasceva non solo da una consapevolezza da parte dei nuovi movimenti per la pace della propria peculiarità, e dalla conseguente esigenza di darsi un nome appropriato, ma anche per reagire agli attacchi di coloro che, del tutto contrari ai pacifisti, li definivano anarchici, antipatrioti, disfattisti, senza patria, rivoluzionari (attribuendo a quest’ultima parola un senso negativo). Anche negli anni successivi i nuovi termini pacifista e pacifismo, che ormai si erano affermati, continuarono ad avere in alcuni ambienti un significato spregiativo.

Il nuovo termine aveva comunque il vantaggio di poter essere facilmente adattato alle diverse lingue e veniva in questo senso incontro alle esigenze di un movimento, che aspirava ad essere transnazionale e a darsi una denominazione omogenea nei vari Paesi in cui agiva; infatti presto si diffuse in tutta Europa. Inoltre tramite il suffisso –ismo gli si riconosceva la caratteristica di movimento politico e culturale, al pari di altri con la stessa terminazione, e anche da questo punto di vista veniva incontro alle aspirazioni dei suoi sostenitori9.

Si dovette tuttavia attendere fino al 1930 per un’adozione ufficiale dello stesso da parte dell’Accademia Francese nel suo Dictionnaire, che definisce il pacifismo come «la teoria che crede nella realizzazione della pace universale», definizione ancora attuale e in sintonia con quanto formulato in proposito dal filosofo Norberto Bobbio: «Un movimento che considera la pace duratura e universale come un bene altamente desiderabile e degno di essere perseguito»10.

In Italia il termine cominciò a diffondersi qualche anno dopo rispetto alla Francia e alla Germania; un fatto propulsore della sua diffusione fu il conferimento del premio Nobel per la Pace a un italiano, Ernesto Teodoro Moneta.

L’educazione alla pace: la dimensione didattico-educativa

Gli albori dell’educazione alla pace, che negli ultimi decenni ha avuto un notevole sviluppo, con un cospicuo numero di iniziative e di pubblicazioni scientifiche, si possono individuare già verso l’inizio del XIX secolo grazie all’apporto del grande pedagogo svizzero Johann Heinrich Pestalozzi (1746-1827), che promosse un metodo educativo basato sulla stretta collaborazione e sul rapporto di fiducia – basato anche sull’affetto – tra insegnante e allievo. Il fine ultimo dell’educazione è di tipo etico, quello di predisporre al bene, alla solidarietà verso gli altri e all’accoglienza di Dio nel proprio spirito.

Nella seconda metà del secolo nascono come si è visto sopra i primi movimenti pacifisti11 ed è in questo contesto che si inserisce la fondamentale opera della già citata Bertha von Suttner; nel suo romanzo Die Waffen nieder (Giù le armi) del 1889, la baronessa austriaca auspica l’avvento di un’educazione che porti i giovani a costruire un mondo meno violento, risolvendo i conflitti senza il ricorso alle armi. Questo messaggio resterà il punto centrale dell’educazione alla pace negli anni a venire fino ai giorni nostri: un mondo più pacifico non può essere improvvisato, si può invece costruire con un’educazione mirata, che deve partire dall’età scolare ed essere condotta con metodologie didattiche adeguate.

Il romanzo divenne un bestseller del pacifismo (fu tradotto in venti lingue), favorito anche dal contesto in cui uscì: le celebrazioni del primo centenario della Rivoluzione Francese, l’Esposizione Universale a Parigi, e soprattutto il I Congresso Universale della Pace, un’opportunità per tutti i pacifisti del mondo di incontrarsi (sempre a Parigi).

L’aspetto didattico educativo del discorso sulla pace trova tuttavia la sua più completa realizzazione nell’opera di Maria Montessori (1870 – 1952), medico e pedagoga, che attraverso il suo metodo ha dato basi scientifiche all’educazione alla pace. Montessori credeva fortemente nell’innata creatività e spiritualità del bambino; sottolineò in modo particolare come il compito degli adulti fosse quello di insegnare ai bambini a risolvere i conflitti senza l’impiego della violenza, tenendoli lontano dal pericoloso fascino della guerra (si pensi che siamo agli inizi del ’900, nel pieno di quelle tensioni che porteranno allo scoppio della Prima guerra mondiale, guerra supportata dalla corrente ideologica degli interventisti, che vedevano nel conflitto una possibilità di soluzione delle varie questioni politiche ancora aperte).

La Montessori sosteneva che gli adulti dovessero diventare come i bambini, che hanno ancora intatte in sé le innate basi per una pacifica convivenza. Gli e­ducatori devono sviluppare la parte spirituale di sé stessi e preparare i bambini ad un sistema di vita che incentivi la pace. La studiosa sosteneva che la società non prepara adeguatamente le persone alla vita civile; gli esseri umani vengono educati come individui isolati che devono soddisfare i propri immediati bisogni in competizione con altri esseri umani.

Questi andrebbero invece preparati a seguire bisogni collettivi e solo così si può ottenere un progresso sociale12. Una pace duratura è pertanto il lavoro e l’obiettivo dell’educazione, che deve nutrire i bisogni spirituali dell’individuo. Tipico delle scuole Montessori oggi è l’insegnamento dell’educazione cosmica, che abbraccia oltre al concetto di educazione alla pace anche quelli di educazione ecologica e di educazione alla mondialità (per questi concetti si veda più avanti).

Il pacifismo dei grandi scrittori: l’esempio di Lev Tolstoj e di Virginia Woolf

Alla causa del nascente pacifismo contribuirono con le loro opere anche diversi scrittori di grande rilievo, il cui impegno a favore della pace spesso non è conosciuto; si ritiene invece che questo aspetto andrebbe maggiormente considerato, anche a completamento del loro profilo storico-letterario.

Tra questi va senz’altro ricordato in primo luogo Lev Tolstoj (1828 – 1910), il grande scrittore russo, che ebbe anche un significativo scambio epistolare con Gandhi13 (per cui si veda il capitolo successivo). Quest’ultimo, ancora molto giovane, era rimasto affascinato dal pensiero e dalle pubblicazioni di Tolstoj, da cui fu certamente influenzato nella sua scelta di intraprendere la strada del pacifismo e della lotta contro la violenza.

Nel suo romanzo Guerra e Pace, grande capolavoro della letteratura europea, Tolstoj descrive la società russa all’inizio del XIX secolo, al tempo della guerra contro i francesi guidati da Napoleone. La critica letteraria a lungo non ha dato la giusta rilevanza alle considerazioni sulla storia e in particolare sulla guerra, che costituiscono in realtà una parte rilevante dell’opera14. Solo in epoca recente è stata riconosciuta l’importanza di questo aspetto del pensiero di Tolstoj, che ora viene giustamente considerato il grande contraltare di Clausewitz15, di una generazione più anziano di lui, prussiano, che sosteneva nel suo trattato Della Guerra, come quest’ultima sia una naturale prosecuzione dell’azione politica con altri mezzi.

Tolstoj si pone prima di tutto il problema di quali siano le cause profonde della guerra, al di là di ogni retorica e di ogni propaganda «patriottistica». Nel caso della guerra dei francesi contro la Russia la ricerca non è semplice perché le cause evidenti appaiono tutte troppo banali rispetto alla gravità degli eventi bellici che producono. Tolstoj quindi sottolinea l’assurda sproporzione tra le cause – inconsistenti e pretestuose – e l’effetto – tragico e disastroso.

La sua posizione contro l’educazione «patriottica e pseudoreligiosa» delle scuole russe del tempo, espressa in modo particolare nel suo Discorso contro la guerra, gli valse l’ostilità di tanti suoi contemporanei, per esempio di Dostoevskij e della stessa Chiesa ortodossa, che nel 1901 lo scomunicò per le sue idee anarco-pacifiste.

«[…] le classi dominanti […] possono mantenere la loro posizione di privilegio rispetto alle masse popolari solo grazie all’istituzione dello Stato, mantenuto in piedi dal patriottismo. Dato che hanno nelle loro mani i mezzi più efficaci per influenzare il popolo essi continuano a mantenere […] i sentimenti patriottici […] sui quali solo il potere dello Stato si fonda. Ciascuno scrittore, insegnante, professore assicura tanto più la propria posizione, quanto più predica il patriottismo.

[…] Gli uomini che si trovano sul gradino più basso della scala sociale, una volta brutalizzati come essi sono da un’educazione patriottica e pseudoreligiosa, cedono la loro libertà e la loro dignità di esseri umani a coloro che sono collocati più in alto di loro, e che gli offrono dei vantaggi materiali»16.

Circa trent’anni dopo pure Virginia Woolf (1882 – 1941) denuncerà la strumentalizzazione propagandistica dell’amor patrio a fini bellici. Come nel caso di Tolstoj, anche il pensiero pacifista della Woolf – che emerge in modo particolare nello scritto Le tre ghinee – è poco noto, nonostante la fama dell’autrice per le sue opere letterarie.

Un avvocato di un’associazione antifascista inglese chiese alla Woolf di fare qualcosa per prevenire la guerra e per contrastare l’avanzata del fascismo in Europa: nasce così Le tre ghinee, un originale scritto di letteratura politica, con il quale l’autrice risponde alla lettera dell’avvocato17.

Il titolo deriva dal fatto che nell’opera si tratta di una immaginaria somma di denaro, che dovrebbe essere devoluta in opere utili e che l’autrice propone di dividere in tre parti: la prima parte in una campagna di prevenzione contro la guerra, una seconda parte per la costituzione di università femminili (ricordiamo che al tempo della Woolf erano ancora poche le donne che avevano accesso all’università, anche se benestanti), e la terza parte per l’assistenza alle donne che vogliono intraprendere una professione. Nel libro le tre istanze sono strettamente connesse le une alle altre, diventando parte di un unico grande progetto, dove la prevenzione della guerra passa attraverso l’educazione e l’emancipazione femminile.

I nascenti movimenti femministi divennero di fatto una delle espressioni del pacifismo18, e non solo per la loro impostazione antimilitarista: rivendicando l’eguale dignità di tutte le donne nei confronti degli uomini, questi movimenti aprirono la strada alla discussione sull’eguale dignità di tutti gli individui e conseguentemente sulla tutela delle diversità e delle minoranze, che trovano nell’imprescindibile valore della persona in sé il loro principale fondamento, e che sono destinate a diventare sempre più centrali nelle tematiche della cultura di pace (come si vedrà nei capitoli successivi).

Tuttavia la Woolf, che certamente auspicava un miglioramento della condizione delle donne, non ne fece ufficialmente parte, pur avendone anticipato alcuni contenuti basilari, quali appunto il diritto delle donne all’istruzione – anche universitaria – e alla partecipazione, in condizioni di parità rispetto agli uomini, alla discussione sui temi della politica e dell’attualità.

(Alla genesi del libro, che fu scritto tra la fine del ’36 e gli inizi del ’38, contribuirono anche altre vicende: l’esclusione delle donne da un comitato antifascista inglese nel ’35 e la morte del nipote, figlio della sorella Vanessa, nel ’37 nella guerra di Spagna. In particolare questo ultimo doloroso evento spinse l’autrice a riflettere su come l’eroismo del ragazzo, celebrato con orgoglio patriottico, si traducesse infine solo nell’enorme sacrificio della madre affranta dalla grave perdita).

La Woolf si chiede dunque cosa bisogna fare per prevenire la guerra, introducendo il tema della prevenzione della stessa tramite l’istruzione, tema che è, tra l’altro, centrale nell’odierna educazione alla pace. Accanto al tema della prevenzione è tuttavia fondamentale nel libro anche quello – pure molto attuale – dell’uso distorto di certe parole a scopo propagandistico, in modo particolare della parola patriottismo.

Citando Wilfred Owen (1893-1918), un poeta inglese noto soprattutto per la sua war poetry (poesia di guerra, sugli orrori dei combattimenti in trincea della Prima guerra mondiale, in cui morì) la Woolf scrive: «L’essenza del Cristianesimo è in contraddizione con l’essenza del patriottismo».

Dopo essersi soffermata sulle divergenze d’opinione in merito alla guerra all’interno della società inglese e sull’orrore che provocano le foto dei corpi dilaniati e sfigurati nella guerra di Spagna, prosegue: «Rinunciamo quindi ai motivi patriottici che spingono a fare la guerra e vediamo come possiamo prevenirla»19.

Il tema della prevenzione della guerra si aggancia infine più saldamente a quello della condizione delle donne e della loro possibilità di portare un cambiamento, perché se le operaie si rifiutassero di fabbricare munizioni, di lavorare e produrre, sarebbe difficile continuare la guerra.

Le donne umili, in quanto in gran parte impiegate come operaie nelle fabbriche, hanno infatti più possibilità di contribuire a un cambiamento rispetto a coloro che la Woolf chiama «le figlie degli uomini colti», secondo l’autrice addirittura le più deboli tra tutte le classi della nazione, per la loro assenza sia dai circoli culturali e politici, sia dal mondo del lavoro. La loro unica possibilità di azione è al momento quella di esercitare un’influenza sugli uomini colti.

Ancora una volta l’autrice sorprende il lettore con l’attualità delle sue osservazioni, in particolare a proposito della prevenzione della guerra tramite l’educazione: «[…] dobbiamo educare la gioventù a odiare la guerra. Insegnargli a sentire la disumanità, la bestialità, l’insopportabilità della guerra»20. I moderni progetti di Peace Education riconoscono infatti il fondamentale ruolo di un’educazione che parta dalle basi, dal bambino, l’adulto di domani, per fare una efficace opera di prevenzione21.

Le pagine successive insistono particolarmente su questo ultimo punto. I vecchi colleges vanno ricostruiti su basi diverse, perché finora non hanno generato né rispetto per la libertà, né avversione per la guerra. Si deve insegnare l’arte dei rapporti umani, l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri, di conversare. Si deve dare un’istruzione universitaria anche alle donne affinché queste possano guadagnarsi da vivere ed esercitare la loro influenza contro la guerra, altrimenti il potere resterà sempre a quegli uomini che lo mantengono con la violenza, che sta anche alla base del patriarcato e del fascismo.

Gandhi (1869 – 1948) e il binomio «pace e giustizia»: la nonviolenza, il satyāgraha, la disobbedienza civile

Con Gandhi, all’inizio del XX secolo, il pacifismo assume una sua più precisa fisionomia, sia per quanto riguarda il concetto stesso di pace, sia per il suo modo di rapportarsi alla realtà politica e sociale in cui intende agire. Grazie al Mahatma l’attivismo pacifista si perfeziona, si dota di precise strategie d’intervento, che verranno riprese dai pacifisti anche negli anni a venire, come la disubbidienza civile, e si lega definitivamente alla nonviolenza.

La svolta della nonviolenza di Gandhi: una nuova strategia per il pacifismo

Nonviolenza è una parola chiave del linguaggio di Gandhi, portatrice del concetto che ha dato la sua impronta e impostazione, sia teorica che metodologico-pratica, a molte espressioni del pacifismo nel corso del ’900.

Si tratta di un neologismo creato dallo stesso Gandhi, che tradusse con l’inglese non-violence il sanscrito ahimsa, usato nei testi della letteratura induista, jaïnista e buddista; esso è formato dal prefisso negativo a e dal sostantivo himsa, che significa desiderio di nuocere, di fare violenza a un essere vivente; ahimsa significa quindi «non nuocere, non recare danno»22; l’inglese nonviolence, che presto si diffuse nella maggior parte delle lingue europee, è quindi da un punto di vista linguistico un calco sinonimico: si cerca di riprodurre con gli elementi lessicali di un’altra lingua la composizione della parola originaria.

La rinuncia alla violenza diventa, da precetto religioso e pratica ascetica individuale, a strumento politico di lotta e di rivoluzione. Lo scopo è trasformare una realtà ingiusta e pertanto violenta23 con mezzi diversi dalla violenza stessa, principalmente con la disobbedienza civile (strategia fondamentale, su cui ci si sofferma poco più avanti). Si capovolge definitivamente il tradizionale assunto per cui la violenza sia segno di forza, di coraggio e di potere, inducendo a pensare che la rinuncia alla violenza stessa debba essere associata a debolezza, vigliaccheria, rinuncia e resa.

Al contrario la violenza, il ricorso alla forza bruta, è la reazione più facile, più rozza e istintiva dell’uomo alle situazioni di conflitto, ed esprime la parte meno evoluta dell’essere umano. Il principio della nonviolenza comporta invece un modo diverso di lottare, per il quale si rendono necessari forza interiore e un certo bagaglio di abilità e di strategie; fondamentale è la coerenza tra mezzi e fini: non si possono perseguire fini giusti con mezzi violenti e pertanto ingiusti. La pace va quindi perseguita con mezzi pacifici, se necessario anche fuori dagli ambiti istituzionali e contro le leggi vigenti, per coerenza e aderenza alla verità (solo nella giustizia ci può essere verità, e viceversa).

La nonviolenza pertanto, se necessario, può portare a un’azione sovversiva nei confronti dello status quo, nel tentativo di evidenziare e possibilmente trasformare una realtà ingiusta; tutto questo dà ai già esistenti movimenti pacifisti una maggiore consapevolezza degli obiettivi da perseguire, oltre che coerenza ed efficacia nell’azione.

Il principio di osservanza della verità, senza la quale non ci possono essere giustizia, né amore, né pace, richiede coerenza, forza interiore e disponibilità a sopportare ogni sacrificio. Tutto questo non può essere improvvisato, ma è il frutto di una lunga preparazione.

Scrive infatti Gandhi in proposito: «Una tale nonviolenza non può essere appresa stando a casa, ma ha bisogno di forgiarsi nella lotta. Allo scopo di provare noi stessi, noi dovremmo imparare ad affrontare il pericolo e la morte, a mortificare la carne ed acquisire la capacità di sopportare ogni tipo di privazioni»24.

La nonviolenza quindi può essere intesa sia come filosofia di vita, che implica un insieme di comportamenti, sia come metodo – che comporta una serie di abilità – per risolvere conflitti e problemi25; i due aspetti nel loro complesso concorrono a formare quell’unità di fini e mezzi – cui si è accennato anche sopra – che costituisce uno dei cardini del pensiero di Gandhi: la sostanziale continuità tra etica e politica (l’azione politica non può prescindere da ciò che è eticamente giusto).

Dopo il Mahatma l’azione nonviolenta è stata adottata in Paesi e situazioni molto diversi, mantenendo però la centralità della sua originaria concezione. Tuttavia, come mette in evidenza Harris/Morrison, non sempre oggi, nell’opera di soluzione nonviolenta dei problemi e dei conflitti, c’è un parere univoco su quali metodi siano veramente utili ed efficaci. È una questione che emerge non solo tra sostenitori della nonviolenza da una parte e coloro che ammettono – almeno in certe situazioni – l’uso della violenza dall’altra; tra gli stessi pacifisti, o coloro che comunque come tali si riconoscono, a volte può sorgere questa discussione26, che porta a chiedersi quali comportamenti e strategie facciano parte della nonviolenza e quali no.

La strategia di lotta della nonviolenza: la disobbedienza civile, con la forza del satyāgraha

L’idea della contravvenzione alla legge dello Stato o comunque dell’autorità in nome di una legge morale interiore è molto antica, la figura dell’eroina della tragedia classica Antigone di Sofocle ne è un significativo esempio. Tuttavia il padre della strategia di lotta della disobbedienza civile viene unanimemente riconosciuto nello scrittore statunitense Henry David Thoreau (1817-1862), che si rifiutò di pagare le tasse per protestare contro la schiavitù della gente di colore nel suo Paese e contro la guerra al Messico, che serviva gli interessi degli schiavisti degli Stati del Sud27.

Lo scritto del 1848, in cui Thoreau spiega i motivi della sua protesta, portava in un primo momento il titolo The Relation of the Individual to the State e fu pubblicato nel 1849 sulla rivista «Aesthetic Papers» come Resistance to Civil Government.

Solo nel 1866, quattro anni dopo la morte di Thoreau, il saggio fu pubblicato col titolo con cui in seguito divenne famoso, Civil Disobedience, e non è tutt’ora chiaro se questo titolo fosse stato in precedenza pensato dallo stesso Thoreau o no. Si sa invece con certezza che il saggio non ebbe particolare risonanza al momento della pubblicazione, e lo stesso si può affermare per la notte che Thoreau trascorse in prigione: né un fatto né l’altro ebbero all’epoca alcun impatto sulla questione della schiavitù28.

Il giovane Gandhi ricevette a Oxford il libro da Henry S. Salt, biografo di Thoreau, ne fu entusiasta e, una volta diventato avvocato in Sudafrica, lo pubblicò nella sua rivista Indian Opinion il 26 ottobre del 190729. L’esperienza della resistenza contro la legge aveva già preso avvio nel settembre del 1906 in Sudafrica30.

Fu in questo contesto che si cominciò a usare dapprima l’espressione inglese passive resistance, che Gandhi stesso definisce una «rispettabile protesta», un «atto di non sottomissione», una «nuova arma di difesa», un «rimedio infallibile»; egli tuttavia si rendeva conto dei limiti di questa espressione per via dell’attributo passive, consapevole che nel suo movimento non c’era nulla di passivo.

Sarà proprio questa insoddisfazione per il termine inglese che porterà ad una ricerca lessicale in una delle lingue dell’India, che potesse rendere il concetto di questo tipo di lotta. Tale ricerca porterà alla coniazione del termine satyāgraha: si compone di satya, verità, e agraha, fermezza, forza, e che può essere pertanto tradotto con «fermezza, forza nella verità», sintetizzando così il significato più profondo della nonviolenza, concetto con cui forma un binomio inscindibile.

Alcuni mesi più tardi verrà adottata l’espressione civil disobedience, che soltanto da questo momento, e sempre associata alla resistenza passiva, comincia ad essere usata da Gandhi e dai suoi compagni. La disobbedienza civile implica la disponibilità ad andare in carcere come conseguenza della resistenza alla legge e a soffrire, come prevedeva questo metodo di lotta anche nelle intenzioni di Thoreau31.

Il pensatore americano era tuttavia lontano dal concepire questa forma di protesta nell’ambito di un’azione pacifista, della cui efficacia egli dubitava32, come si può dedurre dal suo stesso testo, in cui osserva a proposito del suo rifiuto di pagare le tasse (si noti che la definizione disobbedienza civile non compare mai nello scritto in questione): «This is, in fact, the definition of a peaceable revolution, if any such is possible»33.

L’autore infatti, che comunque non era un attivista sociale, non escludeva l’uso della violenza come mezzo per eliminare la schiavitù in America, soprattutto dopo aver constatato gli insuccessi degli abolizionisti della schiavitù e il fallimento dei loro sforzi.

È pertanto con Gandhi che il termine si associa alla pratica nonviolenta ed entra a far parte del primo nucleo lessicale del linguaggio pacifista34. Si deve tuttavia osservare che nemmeno di questo termine Gandhi era soddisfatto, poiché riteneva che non ci fosse nulla di disobbediente nel suo movimento: si tratta in realtà di una disobbedienza alla non-verità, ed è civile se è veritiera nei suoi metodi; disobbedendo ad una legge ingiusta si opera «obbedendo alla verità», si realizza pertanto una forma superiore di obbedienza. Più avanti Gandhi coniò anche l’espressione civil resistance, nel tentativo di definire nel modo più chiaro possibile questo tipo di lotta35.

La disobbedienza civile dopo Gandhi: azione e pensiero

La strategia della disobbedienza civile venne adottata anche da altri movimenti contemporanei a Gandhi, che tuttavia non si ispiravano direttamente a lui, come quello femminista delle suffragette, la lotta degli irlandesi contro i britannici e degli ungheresi contro gli austriaci. Tra gli attivisti seguaci di Gandhi va in primo luogo ricordato Martin Luther King per la sua lotta per i diritti della popolazione nera degli Stati Uniti, lotta che iniziò con il celebre episodio del rifiuto di Rosa Parks36 di cedere il proprio posto in autobus ad un bianco, rifiuto per il quale andò consapevolmente incontro all’arresto e alla prigionia.

La disobbedienza civile resta tuttora un tema attuale, cui sono dedicate moltissime pubblicazioni, che si soffermano sia sugli aspetti giuridici (l’azione deve essere illegale e implica l’accettazione della punizione), sia morali (l’azione è dettata da motivi di coscienza) e sia pratici (l’azione, pubblica e rigorosamente nonviolenta37, deve essere ben strutturata in base all’obiettivo che si vuole raggiungere) di questa strategia, vista come un elemento vitale delle democrazie, possibile solo dove c’è una matura cultura politica38.

Hannah Arendt, la filosofa tedesca che nella prima metà del ’900 si dedica allo studio dei totalitarismi, si sofferma sulla differenza tra disobbedienza civile e obiezione di coscienza, ritenendo che le due strategie, per quanto presentino delle affinità, non debbano essere confuse.

Per Arendt la disobbedienza civile può essere definita tale se l’azione, oltre agli unanimemente riconosciuti requisiti sopra riportati, viene attuata da un gruppo – e non da persone isolate – con interessi e finalità comuni, sulla base di un accordo volontario39, che dà forza e credibilità all’azione stessa.

Solo in questo modo può essere efficace, specialmente se si considera che spesso si presenta come disobbedienza indiretta, cioè come contravvenzione ad una legge che si ritiene di per sé giusta allo scopo di protestare contro altri provvedimenti ingiusti: una tale azione sarebbe totalmente priva di significato se condotta singolarmente40. L’obiezione di coscienza invece – specifica ulteriormente Arendt – è l’azione del singolo, motivata dalla sua coscienza individuale e possibile solo come trasgressione della legge che si vuole contestare (cioè come disobbedienza diretta), per motivi che possono trovare d’accordo anche altri, ma che restano sostanzialmente personali.

Anche il filosofo francese Muller nel suo Dictionnaire de la Non-violence41 si sofferma sulla distinzione tra disobbedienza diretta e indiretta, per cui riporta come esempio un’azione di protesta tramite il blocco di una linea ferroviaria. Egli tuttavia ritiene necessario che alla disobbedienza debba seguire da parte dei trasgressori una proposta concreta per ristabilire lo Stato di diritto. Sia Arendt che Muller non tralasciano di precisare che il principio dell’obbedienza può e deve essere messo in discussione anche quando si tratta di una legge della maggioranza, su cui si fonda la democrazia42.

A tal proposito si ricorda infine il significativo titolo del libro che raccoglie gli atti del processo di Don Milani, L’obbedienza non è più una virtù43. In seguito a un suo scritto in difesa dell’obiezione di coscienza, pubblicato dal settimanale Rinascita il 6 marzo 1965, Don Milani venne processato per apologia di reato ed assolto in primo grado, ma morì prima che fosse emessa la sentenza di appello, con cui il reato fu dichiarato estinto per morte del reo.

In Italia la prima legge sull’obiezione di coscienza risale al 1972, seguita dalla proposta di un servizio civile alternativo a quello militare, che è stato realizzato negli anni immediatamente successivi. Nel 1998 è stata approvata una nuova legge sull’obiezione di coscienza, che prevede la sperimentazione di una difesa civile, non armata e nonviolenta.

Manuela Fabbro

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Conclusione: i mezzi linguistici per parlare di pace. La pace tra linguaggio comune e linguaggio settoriale

1 «In questo caso… dovrebbero designare»: alcune settimane dopo il crollo delle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti adottano una legge che permette di trattenere cittadini americani senza accuse a loro carico; in seguito a questa legge oltre 1200 persone sono state arrestate all’indomani dell’11 settembre e sono state incarcerate, senza che si sapesse di che cosa fossero accusate e né loro né le loro famiglie hanno avuto accesso ai dossier a loro carico.

Vengono istituiti tribunali militari supremi abilitati ad incarcerare, processare e condannare presunti terroristi, identificati come tali sulla base di testimonianze e prove segrete. La legge in questione viene chiamata ‘Patriot Act’: un chiaro esempio di come con la parola ‘Patriot’ – percepita come positiva nella mentalità e nella scala di valori del cittadino americano medio, si cerca di fare accettare una legge che costituisce una grave violazione delle libertà individuali e che non ha nulla a che fare col concetto di patriottismo.

2 indoeuropeo: come si sa, l’indoeuropeo non è una lingua documentata, ma il substrato comune preistorico di tutte le lingue europee, che in seguito da esso si sono sviluppate; le basi indoeuropee dei termini sono pertanto il frutto di una ricostruzione a ritroso partendo dagli esiti successivi dei termini stessi.

3

4 Il termine… collettive cfr. Salvatore Andrea, Il pacifismo, Carocci 2010, pag. 7.

5 J. B. Richard de Radonvilliers: Cfr. Röttgers 1989, pag. 218.

6 «Système… à maintenir la paix»

7 Holl nel suo studio sul pacifismo tedesco… i loro obiettivi

8 Emile Arnaud, Le Pacifisme, in: L’Indépendance Belge, 15 agosto 1901.

9 Il nuovo termine aveva… dei suoi sostenitori:

10 «Un movimento… degno di essere perseguito»: Cfr. Bobbio 1984, pag. 138, in Grossi 1994, pag. 33.

11nascono… i primi movimenti pacifisti:

12 L’aspetto didattico… un progresso sociale:

13 Lev Tolstoj… Gandhi: Cfr. P. C. Bori, G. Sofri, Gandhi e Tolstoj. Un carteggio e dintorni, Il Mulino, Bologna 1985.

14Nel suo romanzo… rilevante dell’opera Cfr. Ekkehart Krippendorff, Lo Stato e la guerra. L’insensatezza delle politiche di potenza, Centro Gandhi Edizioni, Pisa 2008, traduzione di Francesco Pistolato.

15Clausewitz K. von Clausewitz, teorico militare prussiano (1780-1831)…

16 «le classi… materiali»

17«Le tre ghinee» Luisa Muraro, introduzione a : Virginia Woolf, Le tre ghinee, Feltrinelli 2007.

18 I nascenti movimenti… del pacifismo

19 «Rinunciamo… come possiamo prevenirla»: Ibidem, pag. 31.

20 «[…] dobbiamo educare… l’insopportabilità della guerra»: Ibidem, pag.44.

21 una efficace opera di prevenzione: sul ruolo della scuola e dell’educazione nella costruzione di una cultura di pace si veda per es. il già citato Werner Wintersteiner, Hätten wir das Wort, wir bräuchten die Waffen nicht, Erziehung für eine Kultur des Friedens, Studienverlag, Innsbruck-Wien-München 2001 (Se avessimo la parola non avremmo bisogno delle armi. Educazione per una cultura della pace); Ian M. Harris – Mary Lee Morrison, Peace Education, Mc Farland & Company 2003.

22 «ahimsa» significa… «non nuocere, non recare danno»:

23 realtà ingiusta e pertanto violenta: come l’ingiustizia sia in sé una forma di violenza – anche se non sempre immediatamente percepibile – è un principio fondamentale dei peace studies, la ricerca sulla pace che prenderà avvio dopo la Seconda Guerra Mondiale, come si vedrà più avanti in questa trattazione.

24 «Una tale nonviolenza non può… sopportare ogni tipo di privazioni»

25 filosofia… e problemi

26 Tuttavia… discussione: Ibidem.

27 Henry David Thoreau… Stati del Sud

28 il saggio… questione della schiavitù

29 lo pubblicò nella sua rivista… il 26 ottobre del 1907

30 L’esperienza della resistenza… in Sudafrica: cfr. Manara 2007, pag. 35.

31 La disobbedienza civile… nelle intenzioni di Thoreau: Sull’accettazione della pena come segno visibile della determinazione a non piegarsi all’ingiustizia della legge si sofferma pure Galtung. Cfr. Galtung 1999, pag. 39.

32 Il pensatore americano… dubitava: cfr. Meyer 1983, pag. 33.

33 «This is, in fact… if any such is possible»: Thoreau 1983, pag. 124.

34 con Gandhi… linguaggio pacifista: è il principio stesso della nonviolenza che dà alle parole significati nuovi e genera pertanto nuovi concetti.

35 Gandhi coniò… questo tipo di lotta: Nello scritto Non-Cooperation and Civil Resistance, in “Young India” del 19 luglio 1928, Gandhi sostiene che è necessario distinguere tra non-cooperazione e resistenza civile; entrambe sono incluse nel più ampio concetto di satyāgraha, che riguarda ogni azione basata sulla nonviolenza; cfr. Manara 2007, pag. 41.

36 il celebre episodio del rifiuto di Rosa Parks:

37 pubblica e rigorosamente nonviolenta:

38

39 la disobbedienza civile può essere definita… un accordo volontario:

40 come «disobbedienza indiretta»… se condotta singolarmente:

41 «Dictionnaire de la Non-violence»: cfr. Muller 2005, pag. 239 e segg.

42 Sia Arendt che Muller… fonda la democrazia: cfr. Arendt 1969, pag. 76.

43 «L’obbedienza non è più una virtù»

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